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Introduzione O mente che scrivesti quel ch’io vidi qui si parrà la tua nobilitate. (Dante, Inferno, c. II, vv.8-9)                      Nell’accingermi    a    dar    conto    della    mia    volontà    di testimoniare     la     mia     impari     lotta     contro     l’omologazione imperante    che    sembra    pervadere    in    maniera    apocalittica    il mondo   che   vivo,   mi   rendo   conto   che   sarei   poco   credibile   se partissi   da   una   tale   visione   fantascientifica,   più   consona   ad una   sceneggiatura   cinematografica   visionaria   ma   certamente non    rappresentativa,    ad    un’occhiata    veloce,    della    realtà sociale   e   politica   dei   nostri   giorni   né   della   nostra   ( apparente ) modalità    di    viverci    e    di    considerarci,    singolarmente    e    in gruppi, nel nostro quotidiano.       Potrei   mai   essere   credibile   se   mi   raccontassi   come   vittima non   di   una   vicenda   occasionale   e   localizzata   ma   di   un   ben   più ampia   congiura   ordita   a   livelli   più   alti   di   sistema   di      cui   “tutti” partecipano all’unisono e di cui io soltanto resto immune?       E   non   potrebbe   suscitare   sospetti   sulla   mia   credibilità   se attribuissi   ad   un   complotto   kafkiano   l’indifferenza   assoluta   in cui   si   è   disperso   ogni   mio   tentativo   di   dar   diffusione   e   di provocare echi al mio estenuato grido di rabbia e di dolore?  
Occorre, allora, che il mio racconto resti aggangiato a fatti concreti e non si perda in ulteriori illazioni. D’altronde il suo snodarsi in ormai quindici anni è tale che si corre il rischio di dover attendere troppe pagine perché se ne possa avere piena cognizione in una visione unitaria e complessiva utile a darne un giudizio. In più, una ordinata e cronologica esposizione potrebbe risultare talmente prolissa da sfiancare il mio stesso impegno a farne il resoconto.    Meglio immergersi nel vivo del racconto!    E sùbito!   Propongo, quindi, ai miei sette lettori decisi a procedere nella cognizione del dolore, di immergersi in due momenti diversi del mio  vissuto che potranno servire a riassumere in maniera generale e complessiva  i termini e i fatti di questa persecuzione indefessa e capotica e a dar conto del complotto micidiale che mi ha escluso da qualsiasi tutela legale e costituzionale e da ogni solidarietà politica, sociale e morale.     A Voi la scelta del percorso.
      Posso   aggiungere   che   quando   ho   avuto   occasione   di rappresentare    la    mia    vicenda    in    una    conversazione amichevole,     l’assoluta     assurdità     del     mio     racconto lasciava   il   mio   ascoltatore   del   tutto   sbalordito   e,   forse, con   il   sospetto   che   ne   facessi   una   stortura   con   la   mia esposizione?             Cosa    disse,    d’altronde,    il    dottore    del    reparto psichiatrico   quando   gli   raccontai   le   circostanze   del mio sequestro?   “Ma vede che lei è delirante?”    Ed io: “Delirante? Perché delirante?”          E   quello:   “Perché   solamente   una   mente   delirante può   pensare   che   io,   un   dottore,   possa   credere   che   un Comune,   una   pubblica   amministrazione,   possa   fare una cosa simile ad un proprio dipendente!”                Come    pure    è    vero    che    qualcuno,    avvocato    o procuratore   che   fosse,   ha   affermato   che   se   il   fine   del Comune     fosse     stato     quello     di     voler     nuocere     al dipendente,   avrebbe   il   Comune   ben   potuto   farlo   senza ricorrere a un tale estremo. Ergo?
Andiam che la via lunga ne sospigne. (Dante, Inferno, c. III, v. 22)