Capitolo QUINDICESIMO L’UFFICIO CHE NON C’E’
IL RIENTRO DEFINITIVO
Ero ancora in malattia quando ricevetti la lettera, recante la data del 7 marzo 2002, con la quale si comunicava che la seduta del Collegio di Conciliazione era stata fissata per il giorno 29 di quello stesso mese.
Sarebbe bastato ciò per chiudere la memorabile giornata del 22 marzo! Ma, no! Ad arricchirla ulteriormente ci pensò il Balice che, dopo essersi affacciato nell’Ufficio del personale per verificare che ero ancora presente, si era fiondato in piazza Municipio - in quel momento occupata dal corteo dei manifestati per la ‘faccenda Conad’ - per reperirvi un agente di Pubblica Sicurezza adibito a sorvegliare la manifestazione e distoglierlo dal controllo dell’ordine pubblico perché intervenisse contro un dipendente comunale che presso l’Ufficio del personale ‘‘ nelle ore di lavoro stava producendo un ricorso… consultando il contratto di lavoro nelle ore destinate al lavoro d’ufficio ’’!
sanseveropuntoit, 28 settembre 2026
Nonostante fossi in malattia, non mi facevo scrupolo in quel periodo di frequentare il Comune anche se limitavo le mie visite solo all’ufficio di segreteria, intrattenendomi per lo più a parlare con Cristina De Santis, ma stazionando maggiormente nell’Ufficio del personale dove mi sentivo a più agio grazie al rapporto di amicizia con Carolina Tricarico e alla disposizione logistica dei locali dell’ufficio di cui era responsabile Seppure oggi mi vien da pensare di aver forse abusato di quella amicizia e della sua pazienza e tolleranza, posso affermare in piena coscienza di essermi comportato in tal modo senza alcuna premeditazione di farlo; avevo solo necessità di rapporti umani per alleviare il peso del demansionamento subito e di compensare il corruccio e l’isolamento che quella nuova condizione comportava. Durante le mie visite ebbi modo di incontrare più volte Silvana Belmonte, che spesso veniva a intrattenersi con la Tricarico per cui, ripetendosi tali circostanze e dopo un primo naturale imbarazzo, sembrava che si fosse alquanto ammorbidita la tensione tra di noi tanto che un giorno, trovandoci soli nella stanza della Tricarico, dimentico del tutto, sia per quella frequenza quasi quotidiana e per la semplicità e il buonismo che mi caratterizzano nei miei rapporti interpersonali, ebbi occasione di dirle che non avrei potuto mai perdonare chi mi aveva tolto il piacere di lavorare espellendomi dal mio ruolo e dal mio ufficio intendendola, in quel momento, non inclusa tra quelle imperdonabili persone. In più, in occasione dell’8 marzo, nell’organizzare una cena a cui avevano già aderito altre colleghe, replicando alle esigenze familiari che adduceva per negarsi a quell’evento, fui estremamente insistente nell’invito a partecipavi (e solo chi mi conosce a fondo saprebbe testimoniare la mia capacità di essere ‘insistoso’) fino ad arrendermi e a desistere pensando che lei potesse temere che volessi approfittare di una situazione conviviale per denunciare in presenza di altre colleghe le sue responsabilità nei miei confronti; cosa, in coscienza, del tutto fuori da ogni mio intenzione. Al mio rientro, terminato il 20 marzo il periodo di assenza che m’ero concesso, tornai a stabilirmi ancora una volta nell’Ufficio del personale per cui, nel giorno stesso, mi fu rinnovato l’ordine di trasferimento e, poiché, restando nello stesso ufficio, non davo alcun sospetto di volervi aderire, me ne fu tramesso, in fotocopia ma sempre nell’ufficio stesso, un altro il giorno appresso con l’annotazione che quest’ultimo era il secondo e non lo stesso. Incredibile a dirsi, sempre quello stesso giorno, 22 marzo del 2002, ero convocato presso la Stazione dei Carabinieri per ricevere il Decreto di citazione firmato il 22 marzo 2002 dal sostituto Procuratore della Republica di Foggia che mi ordinava la comparizione presso il Palazzo di Giustizia di Foggia per il giorno 25 marzo 2002.