Capitolo QUINDICESIMO
L’UFFICIO CHE NON C’E’
IL RIENTRO DEFINITIVO
Ero
ancora
in
malattia
quando
ricevetti
la
lettera,
recante
la
data
del
7
marzo
2002,
con
la
quale
si
comunicava
che
la
seduta
del
Collegio
di
Conciliazione era stata fissata per il giorno 29 di quello stesso mese.
Sarebbe bastato ciò per chiudere la memorabile giornata del 22 marzo!
Ma,
no!
Ad
arricchirla
ulteriormente
ci
pensò
il
Balice
che,
dopo
essersi
affacciato
nell’Ufficio
del
personale
per
verificare
che
ero
ancora
presente,
si
era
fiondato
in
piazza
Municipio
-
in
quel
momento
occupata
dal
corteo
dei
manifestati
per
la
‘faccenda
Conad’
-
per
reperirvi
un
agente
di
Pubblica
Sicurezza
adibito
a
sorvegliare
la
manifestazione
e
distoglierlo
dal
controllo
dell’ordine
pubblico
perché
intervenisse
contro
un
dipendente
comunale
che
presso
l’Ufficio
del
personale
‘‘
nelle
ore
di
lavoro
stava
producendo
un
ricorso…
consultando il contratto di lavoro nelle ore destinate al lavoro d’ufficio
’’!
Nonostante
fossi
in
malattia,
non
mi
facevo
scrupolo
in
quel
periodo
di
frequentare
il
Comune
anche
se
limitavo
le
mie
visite
solo
all’ufficio
di
segreteria,
intrattenendomi
per
lo
più
a
parlare
con
Cristina
De
Santis,
ma
stazionando
maggiormente
nell’Ufficio
del
personale
dove
mi
sentivo
a
più
agio
grazie
al
rapporto
di
amicizia
con
Carolina
Tricarico
e alla disposizione logistica dei locali dell’ufficio di cui era responsabile
Seppure
oggi
mi
vien
da
pensare
di
aver
forse
abusato
di
quella
amicizia
e
della
sua
pazienza
e
tolleranza,
posso
affermare
in
piena
coscienza
di
essermi
comportato
in
tal
modo
senza
alcuna
premeditazione
di
farlo;
avevo
solo
necessità
di
rapporti
umani
per
alleviare
il
peso
del
demansionamento
subito
e
di
compensare
il
corruccio e l’isolamento che quella nuova condizione comportava.
Durante
le
mie
visite
ebbi
modo
di
incontrare
più
volte
Silvana
Belmonte,
che
spesso
veniva
a
intrattenersi
con
la
Tricarico
per
cui,
ripetendosi
tali
circostanze
e
dopo
un
primo
naturale
imbarazzo,
sembrava
che
si
fosse
alquanto
ammorbidita
la
tensione
tra
di
noi
tanto
che
un
giorno,
trovandoci
soli
nella
stanza
della
Tricarico,
dimentico
del
tutto,
sia
per
quella
frequenza
quasi
quotidiana
e
per
la
semplicità
e
il
buonismo
che
mi
caratterizzano
nei
miei
rapporti
interpersonali,
ebbi
occasione
di
dirle
che
non
avrei
potuto
mai
perdonare
chi
mi
aveva
tolto
il
piacere
di
lavorare
espellendomi
dal
mio
ruolo
e
dal
mio
ufficio
intendendola,
in
quel
momento,
non
inclusa
tra
quelle
imperdonabili
persone.
In
più,
in
occasione
dell’8
marzo,
nell’organizzare
una
cena
a
cui
avevano
già
aderito
altre
colleghe,
replicando
alle
esigenze
familiari
che
adduceva
per
negarsi
a
quell’evento,
fui
estremamente
insistente
nell’invito
a
partecipavi
(e
solo
chi
mi
conosce
a
fondo
saprebbe
testimoniare
la
mia
capacità
di
essere
‘insistoso’)
fino
ad
arrendermi
e
a
desistere
pensando
che
lei
potesse
temere
che
volessi
approfittare
di
una
situazione
conviviale
per
denunciare
in
presenza
di
altre
colleghe
le
sue
responsabilità
nei
miei
confronti;
cosa,
in
coscienza,
del
tutto
fuori
da
ogni mio intenzione.
Al
mio
rientro,
terminato
il
20
marzo
il
periodo
di
assenza
che
m’ero
concesso,
tornai
a
stabilirmi
ancora
una
volta
nell’Ufficio
del
personale
per
cui,
nel
giorno
stesso,
mi
fu
rinnovato
l’ordine
di
trasferimento
e,
poiché,
restando
nello
stesso
ufficio,
non
davo
alcun
sospetto
di
volervi
aderire,
me
ne
fu
tramesso,
in
fotocopia
ma
sempre
nell’ufficio
stesso,
un
altro
il
giorno
appresso
con
l’annotazione
che
quest’ultimo
era
il
secondo e non lo stesso.
Incredibile
a
dirsi,
sempre
quello
stesso
giorno,
22
marzo
del
2002,
ero
convocato
presso
la
Stazione
dei
Carabinieri
per
ricevere
il
Decreto
di
citazione
firmato
il
22
marzo
2002
dal
sostituto
Procuratore
della
Republica
di
Foggia
che
mi
ordinava
la
comparizione
presso
il
Palazzo
di Giustizia di Foggia per il giorno 25 marzo 2002.