IL COLLEGIO DI
CONCILIAZIONE
del 19 dicembre 2001
Capitolo QUATTORDICESIMO
L’UFFICIO CHE NON C’E’
Mi
sembra
strano
ritrovare
tra
le
mie
carte,
con
la
data
18
dicembre
2001,
una
nota
del
Collegio
di
Conciliazione
con
la
quale
mi
si
chiede,
per
il
procedimento
in
corso,
fissato
per
il
giorno
19
dicembre
2001
e
riferito
alla
richiesta
di
conciliazione
del
16
settembre
2001,
di
dimostrare di aver inviato al Comune copia di tale istanza.
Devo
ritenere
che
questa
richiesta
si
riferisca
all’istanza
di
conciliazione
presentata
il
16
dicembre
2001
in
ordine
alla
multa
pari
a
quattro
ore
di
retribuzione
comminatami
con
la
nota
n.
381
del
27.11.2001.
Questa
sovrapposizione
(non
saprei
dire
quanto
voluta)
operata
dal
Collegio
di
Conciliazione
è
dimostrata
dalla
nota
a
penna
aggiunta
alla
richiesta
del
18
dicembre
2001,
come
può
evincersi
dalla
nota
che
vi
è
riportata
in
calce;
cosa
che
fa
pensare
ad
una
unificazione
dei
due
procedimenti.
Se,
comunque,
ci
fu
sovrapposizione
(voluta.
o
meno,
dal
Collegio)
devo
ammettere
che
di
tale
confusione
fui
partecipe
io
stesso
non
sapendo,
al
momento,
avere
l’accortezza
di
distinguere
le
due
fattispecie
visto
che
dal
tenore
della
discussione,
come
appare
dal
verbale,
si
fa
esplicito
riferimento
unicamente
alla
mancata
presa
di
servizio
presso
il
Comando
di
polizia
municipale
e
non
alla
questione
posta con la mia richiesta presentata il
16 settembre 2001
.
A
distanza
di
tanti
anni,
non
è
comunque
importante
spigolare
più
di
tanto
sulla
questione
in
quanto
la
mia
unica
finalità
era
quella
di
esperire
il
tentativo
di
conciliazione
obbligatoria
previsto
dal
D.L.
31.3.98,
n.80
per
poter
attivare
una
eventuale
procedura
legale
ai
sensi
dell’art. 412 del c.p.c., anche se poi non me ne servii.
.
.
Di
quel
giorno
non
ho
alcun
ricordo
preciso
se
non
le
parole
di
conforto
che
volle
esprimermi
il
rappresentante
del
sindacato
provinciale
della
Uil,
il
sig,
Angelo
Generoso
Preziuso
al
quale
ebbi
modo
di
esternare
i
fatti
di
cui
ero
stato
vittima
e,
per
ultimo,
l’articolo
uscito
sulla
Gazzetta
del
Mezzogiorno.
Questi,
certamente
in
virtù
del
suo
nome
(‘‘
nomen
omen’
’),
a
fronte
del
mio
afflitto
racconto
e
delle
falsità
espresse
dalla
Belmonte,
volle
rincuorarmi
invitandomi
a
pazientare
ricordandomi,
infine,
che
anche
Padre
Pio
era
stato
vittima
di
accuse
infamanti
mentre
era
in
vita
ma
adesso
stavano
a
riconoscerne la santità.
Gli risposi: Tante sono le vie della santità!
Nel
pomeriggio
di
quello
stesso
giorno,
mi
recai
alla
caserma
dei
Carabinieri
e
presentai
al
maresciallo
Giovanni
Fingo
la
mia
quinta
denuncia alla quale avevo lavorato già dalla sera prima.
Il giorno dopo fuggii a mille miglia dalla dolente città di San Severo.