Ero
distante
mille
miglia
da
San
Severo
quando
nei
primi
giorni
di
gennaio
ricevetti
una
telefonata
che
valse
a
entusiasmarmi;
tanto
da
decidere
di
rientrare
al
più
presto
in
sede:
un
giornalista
dell’Unità
chiedeva
di
potermi
intervistare
per
dare
diffusione
all’azione
criminale
di
cui
ero
stato
vittima.
Non
ebbi,
quindi,
alcun
indugio
a
mettermi
in
viaggio
e,
senza
altra
sosta
se
non
quelle
strettamente
necessarie,
coprii
quel
lungo
percorso
nell’arco
di
una
sola
giornata
tenendomi
sveglio
alla
guida
con
astratte
divagazioni
sulle
prospettive
aperte
dalla
divulgazione
della
mia
denuncia
su
un
giornale
di
rilevante
tiratura
e
sulla
ridondanza
a
livello
nazionale
di
un’azione
tanto
grave
e
inusitata
commessa
a
danno
di
un
benemerito
dipendente
pubblico
e
sul
conseguente
discredito
che ne sarebbe derivato a una amministrazione ingrata.
Inoltre
-
pensavo
-
essendo
già
trascorsi
sei
mesi
dalla
denuncia
da
me
direttamente
trasmessa
alla
Procura
e
contestualmente
presentata
ai
Carabinieri,
avrei
ottenuto,
oltre
che
sul
piano
morale,
piena
giustizia
anche
su
quello
penale
con
la
inevitabile
condanna
di
quanti
avevano
partecipato all’arbitrio che mi aveva offeso.
Capitolo QUINDICESIMO
L’UFFICIO CHE NON C’E’
UN RITORNO ENTUSIASTA